In questo indirizzo si parla di cose che accadono a me e a voi. Ci sono avventure, parole, pensieri, emozioni di sguardi incontrati, racconti presenti e passati, e i sogni futuri, tanti, inarrestabili, tutti nostri.
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Nome: Barbara
Il ventottesimo giorno, per noi ragazze, è un bagliore inaccettabile, è quel momento in cui non tolleriamo niente e vediamo tutto nero, ma poi passa, poi tutte le tensioni si allentano, e la vita torna a sorridere, fino al mese successivo.
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TIGLI, AGLIO E GELSOMINI
Odori, che rimandano a ricordi, proustiano esercizio involontario che è istinto e sentimento antico. Passo per il parco, di notte. Non a piedi, che non è orario per calpestare l'erba. E non è sicuro, quel Central Parc versione nord-meneghina, all'ora in cui lo attraverso io. Ci passo di rientro dai miei orari da dee-jay, tornando a casa dopo la mia lunga pensierosa sera passata a passar carte e pezzi e prezzi nell'oscuro covo di via Negri. Dopo l'ultimo semaforo cittadino, prendo la superstrada che conduce nella verde Brianza, tragitto compiuto con ogni umore e in ogni tempo. Chiusa nella mia yarissina, molte volte in questo inverno triste ho pensato che stavo in attesa. In attesa dei tigli, del loro odore fiorito di primavera che entra ora dal finestrino abbassato senza chiedere il permesso. Mi salutano, ogni anno a fine maggio, con quello zucchero d'aria che accarezza il cuore. Di recente ho parlato di loro, dei tigli: ho detto che li stavo aspettando, ed è proprio così. Così bello sentirli arrivati da farmi subito rispedire la memoria ad altri fiuti e sapori che sono pezzi del passato che mai se ne andrà. Mi viene in mente quando ero ancora ragazzina inconsapevole e spensierata, 14 anni complessati che mi fecero vivere in ansia anche un banale allenamento in kimono al Parco di Monza, raduno fatto di corse su e giù per fuorisentiero con un paio di Superga inadatte che mi rovinarono letteralmente i piedi. Schiacciavo piante che sembravano mughetti, a veder le foglie lisce da bulbose. Erano in realtà distese di aglio selvatico, era l'odore inconfondibile di quel parco che ancora oggi è lì ad aspettarti se per caso ci capiti accanto. Ci sono passata di recente, la sera del 4 maggio... 0405060708, ho ripetuto tutto il giorno. Preparavo una torta, quella domenica. Un dolce per una cena speciale a casa di uno zio che non sa abitare lontano da cascate e campanili. Ero a casa da sola e ruminavo congetture negative come solo io so fare. In un giorno qualunque, fatto di niente, fatto di tempo che scorre sospeso, come ultimamente spesso è capitato. Un giorno qualunque, che qualunque per me certo non era. Ascoltavo Amalia Rodrigues far vibrare la saudade alle casse del mio stereo, quel suo Fado lento e malinconico ad incorniciare le ore e riportarmi a Lisbona. La torta è venuta bene, la serata è passata senza più sferragliamenti, temporanea interruzione di corrente che poi, prima o poi, riprende. Meglio disquisire sui profumi: quello delle mele rubate in Val di Non per parecchi settembre, quello di resine e aghi di pino che accompagna le mie escursioni in montagna, o quello del frangipane, tropicale petalo candido che profuma di Asia e tropici. Oppure il mirto e i gelsomini, siepe appiccicosa di fiori bianchi che fa da recinto a molte case nei dintorni di casa. Talvolta la sera esco a piedi. Girovagando per le vie vicine, quel fremito dolciastro ti entra dal naso per forza. Sniffo quell'innoqua droga mentre un gatto rosso mi osserva dubbioso dal cofano di un'auto, e all'istante rivedo un breve viaggio ambientalista a Cala Gonone, attiva partecipazione per il Gennargentu che è parco solo sulla carta e sempre lo sarà. Ero ragazzina, anche lì. Ed ero, forse, serena. Ma credo di non esser certa di questo. Forse serena non sono davvero stata mai.